DI LUCIANO MAZZONI BENONI


VITA VINUM EST

VITA VINUM EST

Il Vino, scritto con la maiuscola, è ben più di un alimento; potremmo definirlo un ‘ingrediente della vita umana’. il testo che segue ne è la dimostrazione eloquente.

Nel bacino culturale del mediterraneo costituisce un elemento presente, oltre che nella agricoltura e sulla tavola, nei testi sacri, nella cultura di numerosissimi popoli, nella vita delle comunità e delle famiglie. Sicchè le discipline che si sono applicate al suo studio sono numerose: oltre che agricoltura e vinicoltura, anche paleontologia ed archeologia, antropologia culturale, arti figurative, storia, etnologia, teologia, biologia, medicina [ne offre un ampio scampolo Wikipedia che adottiamo come fonte principale].

La genesi biologica

Storicamente, le prime testimonianze archeologiche della specie “Vitis Vinifera” risalgono a vari millenni a.C.: in Cina (7 mila anni a.C. circa), in Georgia (8 mila a.C.), in Iran (5 mila a.C.), in Grecia (oltre 4 mila a.C.) ed in Sicilia (4 mila a.C. circa). Mentre la prova più antica della vinificazione  è stata trovata in Armenia (4.100 a.C. circa) con la scoperta della più antica cantina per la conservazione esistente. E numerose fonti attestano il transito dall’Armenia fino alla antica Roma.

Va osservato che la pianta risale a una precedente specie selvatica: ‘sylvestris’. Si tratta di un rampicante, che cresceva ai bordi delle foreste e sulla destra e sinistra orografica delle vallate nelle rive dei fiumi fruttificando nella chioma superiore (canopia) per parecchie decine di metri d’altezza. Una specie già presente durante il Quaternario (oltre 2 milioni e mezzo di anni fa); sopravvissuta alle diverse glaciazioni, rifugiandosi nella regione del Caucaso, ma anche in Europa: secondo i dati disponibili della paletnologia durante la glaciazione Würm (125.000-11.430 anni fa) i principali rifugi europei furono la penisola iberica, la penisola italiana e la penisola balcanica. Poi, dopo la fine dell’ultima glaciazione la vite selvatica riconquistò gran parte dell’Europa. I suoi grappoli divennero così disponibili ai suoi abitanti, gli ultimi cacciatori-raccoglitori, che li utilizzavano com’è stato dimostrato dai semi e dai resti carbonizzati presenti in vari siti archeologici. La vigna selvatica è apparsa prima dell’Homo sapiens ed è ancora presente in territorio europeo, in special modo nei residui forestali alluvionali della valle del Reno. Nel corso del XIX secolo gli scavi nel travertino del comune di Sézanne hanno rivelato la presenza di fossili di un vitigno dell’era terziaria (il Paleocene (66-56 milioni di anni fa); fu denominato Vitis sezannensis. Questa varietà, scomparsa dalle regioni europee a causa della glaciazione Riss (370-330.000 anni fa), oggi sopravvive nel Sudest del continente americano, ma risulta del tutto inadatta alla vinificazione.

Gli sfondi storici e culturali

Dunque, abbiamo a che fare con un fattore costitutivo della nostra cultura e che caratterizza, in particolare, diversi filoni religiosi: quello ebraico e quello cristiano, ma non si limita a questi. Infatti, i richiami biblici sono preceduti da un personaggio mitico appartenente ad una epoca precedente la storia biblica, ma presente in quella narrazione, senza dettagli, facendolo così restare come avvolto in una nube di mistero. Melchisedech, ricordato come sacerdote, profeta e re; che si presenta con il rituale di pane e vino; riferimento primo e addirittura modello per lo stesso Gesù Cristo (secondo la fonte paolina della Lettera agli Ebrei); ritenuto tale dallo stesso Raimon Panikkar che lo adotta come unico suo referente. Una radice, comunque, che in qualche modo, viene sempre rinnovata nel ricordo rituale sia nella liturgia giudaica che in quella cristiana. Tuttavia vale la pena richiamare anche le altre radici culturali e le rispettive tracce religiose (sempre da Wikipedia).

  • In Mesopotamia. Le uve domestiche furono abbondanti nel Vicino Oriente anticoall’inizio della prima età del bronzo, a partire dl 3.200 a.C. Esistono evidenze sempre più copiose concernenti la vinificazione anche a Sumer – oltre che nell’Antico Egitto – fin dal III millennio a.C.; anche se va osservato come nelle antiche civiltà del Vicino Oriente la bevanda principale fosse rappresentata dalla birra, che venne consumata quotidianamente a causa della sua facilità di produzione; preparata al mattino risultava essere pronta già entro quella stessa giornata. Lo sviluppo del vino richiese invece un maggiore controllo e la sua tecnica preparatoria si diffuse con maggior lentezza, a partire dal mondo arcaico dell’Antica Grecia. A differenza della birra il vino, spesso miscelato all’acqua e con l’aggiunta di spezie, assunse più una funzione simbolica di prestigio (in cerimoniali politico-religiosi) come ad esempio tramite le offerte rivolte agli dèi del sottosuolo allo scopo di ingraziarseli e garantire in tal modo la fertilità della terra; ma fu anche una forma di retribuzione per i lavoratori. Le tavolette scritte della città di Ebla testimoniano della situazione economica venutasi a creare nel corso del periodo Proto-Dinastico prima del 2.300 a.C.; esse indicano che la viticoltura e l’olivicoltura furono entrambe assai sviluppate e prospere. Questi testi affermano che oltre ai cereali, anche l’olio e il vino venivano prodotti dai terreni attorno ai villaggi, che erano equipaggiati con presse e cantine. La Vitis vinifera fu introdotta a Babilonia all’inizio del III millennio contemporaneamente al Ficus carica, alla mela e al dattero. La vite venne in seguito più spesso coltivata ai bordi delle dighe confinanti con i canali d’irrigazione o, in alternativa, entro giardini recintati; le uve così prodotte si consumarono fresche o secche oppure vennero destinate alla loro elaborazione in “raisiné”.
  • Nella antica Cina. La storia dell’uva cinese è stato dimostrato essere antica di almeno 9.000 anni, tra cui la conferma di uso attestato delle uve selvatiche con l’intento di trasformarle in vino; Patrick McGovern, professore aggiunto di antropologiae direttore scientifico del progetto di “archeologia biomolecolare per la cucina, le bevande fermentate e la salute” presso il museo dell’Università della Pennsylvania a Filadelfia dichiara che si tratta della “prima bevanda alcolica confermata chimicamente al mondo; … scoperta a Jiahu nella vallata del fiume Giallo (in provincia di Henan), databile a circa il 7.000-6.600 a.C. (epoca del Neolitico). Era una forte bevanda fermentata fatta di uve selvatiche miste a biancospino cinese (“Crataegus pinnatifida”), riso e miele“.
  • Nella Grecia antica. Gran parte della moderna coltura vinicola deriva direttamente dalle pratiche messe in opera nell’Antica Grecia. La Vitis viniferaha preceduto sia la Civiltà minoica (2.600 a.C.) sia la cultura della Civiltà micenea (1.600 a.C.). Molte delle uve coltivate nella Grecia moderna sono esclusive e del tutto simili o identiche alle varietà coltivate nei tempi antichi; difatti il più popolare tra i vini greci contemporanei, un bianco fortemente aromatizzato denominato “Retsina, si ritiene essere un “riporto” originantesi dall’antica pratica di rivestimento delle brocche contenenti il vino con resina vegetale, il che conferisce un sapore distintivo alla bevanda. I Greci conobbero 3 tipi di vino, il bianco, il rosato e il rosso (ma, sembra, anche quello sciroppato). Nell’isola di Creta gli scavi archeologici hanno riportato alla luce il palazzo minoico “Epano Arhanes“, ov’è stata identificata la più antica rappresentazione fino ad oggi conosciuta della pressatura dell’uva. L’estrazione del succo dalla vinaccia permise d’ottenere vini rossi a seguito della fermentazione e il “vin de goutte” (da mosto) venne aggiunto al “vin de presse” (da pressatura). Onnipresente nella letteratura greca il vino ha ispirato, come già accennato, alla mitologia concernente il dio Dioniso con il suo corteo di MenadiSatiri e Centauri danzanti e dove – tra gli altri – spiccano le figure di PriapoPan e Sileno; sempre incaricati, proprio grazie al vino, d’una missione civilizzatrice. Secondo il mito Dioniso insegnò al giovane Oreste l’arte di fare il vino e la capacità di coltivare la vite. Anfizione, figlio di Deucalione e Pirra (i sopravvissuti al diluvio) prescrisse di diluire il vino con l’acqua nell’intento di mitigarne gli effetti alcolici.
  • Nell’antico Egitto. Nel Delta del Nilovenne istituita una fiorente industria vinicola dopo l’introduzione della coltivazione dell’uva dal Levante nel VI Millennio a.C.; ciò risultò probabilmente essere il risultato del commercio con Canaan durante la prima età del bronzo, partendo da almeno la III dinastia egizia (2.700 prima dell’era volgare circa) dell’Antico Regno. La prima rappresentazione del procedimento di vinificazione è stata realizzata dagli egizi nel corso del III millennio a.C. su bassorilievi raffiguranti scene di pigiatura dell’uva (circa 2500 a.C.). Anfore ricolme di vino bianco sono state riportate alla luce nella necropoli di Umm el-Qa’ab di Abido, luogo in cui sarà sepolto il 7° faraone della I dinastia egizia (tinita) Semerkhet.
  • Nell’Impero romano. I Romani svilupparono la viticolturae la sua industria assimilandola dai Fenici e dai Greci. L’impero romano ebbe un impatto immenso sullo sviluppo della coltura della vite e dell’enologia; il vino fu una parte integrante della dieta romana e la vinificazione divenne una precisa attività commerciale. Praticamente tutte le regioni produttrici di vino nel Europa Occidentale furono stabilite durante la prima epoca imperiale. Nei primi secoli dell’era volgare le norme socialmente accettabili cominciarono gradualmente a modificarsi mentre la produzione di alcol aumentò. Ulteriori prove suggeriscono e inducono a credere che l’ubriachezza e il vero alcolismo tra i Romani iniziarono nel I secolo a.C. ed ebbero il loro pieno sviluppo durante il I secolo ev. L’estensione dell’Impero portò anche all’espansione del “culto del vino” seguendo le orme delle legioni romane. Il Dioniso della mitologia greca si tramutò nel Bacco latino (denominato a volte Liber), a cui venne dedicato un culto speciale come dimostra la Villa dei misteri nella Pompei antica. All’inizio dell’era cristiana la vite si diffuse progressivamente nelle regioni ispaniche e galliche, fino a giungere al settentrione fino alla Britannia. E sarà poi proprio il monachesimo e coltivare e diffondere la vite.

Nel mito: memorie, lingue, simboli, tradizioni

Anche nella mitologia la presenza del Vino è ampia e diffusa: innumerevoli miti di fondazione narrano l’evento costitutivo della prima coltivazione della vite e la sua fermentazione.

  • A livello linguistico: si è stabilito che la parola in lingua greca anticaοίνός, che diverrà “vinum” in lingua latina grazie all’intermediazione della lingua etrusca, appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee e risale alla radice “wVn“; sarà “inu” in lingua accadica, “wiyana” in lingua hittita, e wo(i)no in lingua micenea. Le lingue semitiche l’avrebbero presa in prestito nella forma “wain“, da cui deriva “yin” in lingua ugaritica e “ynn” in lingua ebraica. L’origine ancestrale del termine è con tutta probabilità anatolico-caucasica; proprio là ove, sulle pendici del Monte Ararat, il testo della Bibbia pone il luogo in cui fu piantato il primo vitigno della storia. Innanzitutto il Libro di Genesi 9:20 dunque, il quale menziona la produzione del vino dopo il Diluvio universale, quando Noè si presenta ubriaco di fronte ai figli.
  • La memoria di quest’origine “al di là delle montagne” della viticolturavenne perpetuata anche dalla ‘Epopea di Gilgamesh’, un’antica opera poetica risalente ad almeno 4.000 anni fa. Nella versione akkadica, nel corso della sua spasmodica ricerca della “vita eterna” il re di Uruk incontra nella misteriosa terra di Dilmun un certo Siduri, oste che prepara la birra entro grandi vasche d’oro; la versione hittita della storia lo fa invece diventare invece “la donna del vino”, colei che lo produce e lo vende per la mescita.
  • Gli archivi della Mesopotamiatestimoniano che nel “paese tra i due fiumi” il vino fu sempre percepito come proveniente da un non meglio precisato “altrove”, dalle zone montuose in direzione della terra armena o della regione siriaca. A Babilonia esso è chiamato “birra delle montagne” (šika šadî); il più antico testo mesopotamico inerente al vino è un’iscrizione del sovrano di Lagash Urukagina datata al 2.340 a.C. in cui si afferma d’essere stata costruita “una casa di riserva della birra di montagna conservata in giare“.
  • Il vino costituì essenzialmente un bene di lusso riservato alle divinità e ai principi, ma poté costituire anche un premio come ad esempio accade nella storia babilonese del diluvio in cui Utnapistimlo regala agli operai che gli hanno permesso di costruire la grande imbarcazione che lo dovrà mettere in salvo dalle acque tracimanti. Il Codice di Hammurabi (XVIII secolo a.C.) prevede il supplizio del fuoco per quelle sacerdotesse che avessero aperto la porta d’ingresso alle riserve di vino del tempio.
  • Tra gli Hittitila vite, simbolo di vitalità e fecondità, fu associata ai rituali di fondazione dei nuovi edifici, alla purificazione delle città o delle abitazioni dopo il funerale e la libagione. Nella mitologia hittita il vino è presente nel Ciclo di Kumarbi ove si descrive Ullikummi mentre beve “vino dolce” e Astarte che cerca di scoraggiare Baal dal recarsi nella casa di Asherah per bere vino. La viticoltura Hittita ci è nota grazie alle tavolette rinvenute a Hattusha; designata con il termine “wiyana” in hittita e geštin in lingua sumera, il vino può essere rosso (sa geštin), bianco (kù.babbar geštin), di qualità (ga geštin), mielato (làl geštin), novello (gibil) o infine di basso prezzo (geštin emsa).
  • Il termine geštin, che significa letteralmente “albero del vino” indica chiaramente che i mesopotamici conobbero il prodotto fin dai tempi arcaici attraverso il commercio e, forse, solamente in seguito la vite. La parola indica egualmente anche l’”albero della vita” (la pianta che dona lo spirito vitale), prefigurante in tal maniera la corrispondenza duale vino-vita la quale si ritroverà nel corso della storia prima nei culti dei misteri dionisiacie poi nella religione 
  • Nella civiltà hittita il vino venne generalmente consumato mescolato con l’acqua, a volte con l’aggiunta di mieleolio di oliva. L’associazione del KAŠ.GEŠTIN, letteralmente “birra-vino”, potrebbe anche indicare l’uso del vino quale base di fermentazione per quei prodotti elaborati a partire dai cereali, dall’olio, dalla frutta e dalle spezie. La legislazione punì i danni causati ai vigneti ordinando l’arresto dei colpevoli e un’indennizzazione in caso d’incendio. Sembra infine che la produzione locale risultasse essere del tutto insufficiente, di modo che il regno avrebbe dovuto ricorrere molto spesso alle forniture provenienti dalla Cilicia, da Karkemish e da Ugarit.
  • Nel testo sacro di origine iranica Avestāla narrazione della mitologia persiana racconta la vicenda dello Shah Jamshid il quale uccide un serpente che ha attaccato un uccello magico; l’animale salvato lo ringraziò lasciandogli come dono un piccolo seme che diede origine alla vite.
  • grappolie gli acini d’uva vennero raccolti in grandi vasi, ma la successiva fermentazione del mosto gli fece assumere uno strano odore; supponendo allora che si trattasse di una sostanza altamente tossica venne designato come veleno e riposto nei sotterranei delle cantine. Una delle donne del suo harem, trascurata e infine bandita, venne indotta a contemplare – scorata – l’ipotesi del suicidio (in un’altra versione è un servo del palazzo sofferente di una grave malattia). Ella, recandosi di nascosto nei magazzini reali, cercò una giara contrassegnata dalla dicitura “veleno” e contenente proprio i resti di quelle uve che si erano rovinate e che pertanto venivano ritenute non più commestibili. Dopo averne bevuto il contenuto si sentì alquanto risollevare lo spirito. La deliziosa bevanda rispristinò la sua allegria (o in alternativa guarì il servitore). Fece immediatamente partecipe della sua scoperta il re il quale, dopo aver ricevuto la segnalazione dell’esistenza di questo nettare-di-vino, innamorarsi talmente della nuova bevanda non solo riammise la giovane concubina al proprio cospetto rinnovandole i propri favori, ma decretò anche che tutte le uve cresciute a Persepoli avrebbero dovuto essere destinate da quel momento in poi esclusivamente alla vinificazione. In riferimento a questa leggenda il vino in Iran viene ancora oggi chiamato “Zeher-i-khos“, cioè “il veleno gradevole”.
  • LaMitologia greca ha posto l’infanzia del dio Dioniso e la sua scoperta della viticoltura nella propria narrazione di eventi mitici, ubicandola variamente sul Monte Nisa in Elicona; egli insegnò poi la pratica ai popoli dell’Anatolia A causa di questo fatto venne ricompensato assumendo il ruolo di “dio del vino”. Un altro mito narra invece che il dio al ritorno dal suo viaggio in India avesse appreso e insegnato agli uomini come produrre il vino.

Il racconto biblico sull’Ararat confermato nel Caucaso?

  • Sulla base delle più recenti scoperte archeologiche autori come Alexis Lichine hanno definito l’Armeniacome la “patria dell’uva”, mentre Hugh Johnson non manca di sottolineare che questo luogo d’origine della vite venne coltivato insieme alla regione del Monte Ararat (al confine tra Turchia orientale e Armenia); secondo la leggenda biblica proprio qui vennero piantate le prime viti dal patriarca Noè al termine del Diluvio universale. Inoltre “la presenza sul sito di malvidina, il pigmento che dona il suo colore rossastro al vino, è un’altra indicazione a conferma che queste installazioni sono state usate per la vinificazione“, hanno sottolineato gli archeologi. Ciò dimostra che la vite era già stata addomesticata sei millenni fa. I più antichi resti comparabili a quelli scoperti in Armenia furono identificati alla fine degli anni 1980 in Egitto, all’interno della tomba del faraone Hedj Hor e datati a quasi 5.100 anni fa. “Strutture del tutto simili a quelle recentemente scoperte in Armenia e utilizzate per la pressatura delle uve sono state utilizzate fino al XIX secolo in tutto il bacino del Mediterraneo e nel Caucaso“, ha dichiarato Areshian. Le analisi effettuate col metodo del carbonio-14 hanno potuto confermare la datazione. E un nuovo metodo scientifico è stato utilizzato per determinare con precisione che questo vino risale almeno a 4.100 anni prima dell’era volgare.
  • Questa apparizione del primo vino sull’altopiano armenoe in Transcaucasia è stato rafforzato anche dalla scoperta di semi d’uva in strati del IV e III millennio a.C. sia nella Georgia sia nella pianura di Harpout. Allo stesso tempo, ulteriori scavi in Armenia hanno rivelato la presenza di grandi riserve di vitigni presso le case, con la scoperta di grandi vasi con tracce di fermentazione e residui di fecce. Nelle vicinanze, un’area pavimentata serviva da bastione.

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Di Vino mi occupo su almeno tre distinti piani: come degustatore (sulle orme delle mie famiglie d’origine, d’impronta contadina: montagna trentina e bassa ferrarese), come coltivatore (nella memoria delle vendemmie vissute nell’infanzia, con mio padre nel podere della famiglia Da La Pietra all’Osteriaccia, dove i miei genitori erano stati sfollati durante i bombardamenti di Parma), infine come naturopata. In quest’ultimo ambito, ne faccio ampiamente riferimento durante i Corsi “Digiuno & Meditazione (nella sezione relativa alla rieducazione alimentare); sottolineando il valore nutrizionale riconosciuto al vino, purchè ovviamente assunto in dosi adeguate.

VINO E SALUTE  

ll vino, in particolare quello rosso, presenta diverse proprietà benefiche se consumato con moderazione. Tra queste, spiccano l’azione antiossidante, grazie alla presenza di polifenoli come il resveratrolo, e un potenziale effetto positivo sulla salute cardiovascolare, riducendo il rischio di malattie legate al cuore e migliorando il profilo lipidico. Inoltre, il vino può contribuire alla digestione, stimolando la produzione di saliva e avendo un pH simile a quello dello stomaco. Ecco un elenco più dettagliato delle proprietà benefiche del vino:

  • Antiossidante:

Il resveratrolo e altri polifenoli presenti nel vino rosso combattono i radicali liberi, proteggendo le cellule dai danni ossidativi e contribuendo alla prevenzione dell’invecchiamento cellulare. 

  • Cardiovascolare:

Studi indicano che un consumo moderato di vino rosso può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, grazie all’azione del resveratrolo e di altri polifenoli che migliorano la salute dei vasi sanguigni e riducono il colesterolo cattivo. 

  • Digestivo:

Il vino, grazie al suo pH simile a quello dello stomaco e alla stimolazione della produzione di saliva, può favorire una corretta digestione. 

  • Antinfiammatorio:

Alcuni composti del vino, come la quercetina, hanno dimostrato proprietà antinfiammatorie e possono contribuire a ridurre l’infiammazione nell’organismo. 

  • Antitumorale:

Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, alcuni studi suggeriscono che il resveratrolo e altri composti del vino rosso potrebbero avere effetti protettivi contro alcuni tipi di tumore, come quello del colon. 

  • Rilassante:

Un bicchiere di vino, bevuto con moderazione, può avere un effetto rilassante e contribuire a ridurre lo stress. 

  • Salute orale:

Il vino rosso, in particolare, può aiutare a prevenire infezioni delle gengive e a ridurre la presenza di batteri dannosi per la salute orale. 

È importante sottolineare che i benefici del vino si manifestano solo con un consumo moderato. L’abuso di alcol può avere conseguenze negative sulla salute, quindi è fondamentale bere con responsabilità.

VINO E DONNE DAL PUNTO DI VISTA METABOLICO

In siffatto quadro, l’aspetto sempre emergente è, appunto, quello del rapporto fra donne e vino: in forza non di una incompatibilità di natura, bensì di un dissidio culturale, che trova comunque sponda in una carenza enzimatica nelle donne. Nelle donne, infatti, si è messo in luce cosa influisca sul metabolismo dell’alcol: quella dell’alcol deidrogenasi (ADH). Questo enzima, presente principalmente nel fegato e in parte nello stomaco, è responsabile della trasformazione dell’alcol in altre sostanze. Le donne, in genere, hanno una quantità inferiore di ADH rispetto agli uomini, il che porta a un livello di alcol nel sangue più elevato a parità di quantità di alcol consumata. Questa differenza contribuisce a una maggiore sensibilità all’alcol nelle donne, con conseguenze come un più rapido raggiungimento di un livello di intossicazione e un potenziale aumento del rischio di danni epatici e altre complicanze legate all’alcol. In sintesi, la carenza relativa di ADH nelle donne rispetto agli uomini è un fattore chiave che spiega la loro maggiore sensibilità all’alcol e il suo più rapido impatto sul corpo. 

VINO E DONNE DAL PUNTO DI VISTA STORICO E CULTURALE

A margine di questa riflessione sul Vino -fattore non certo indifferente nella mia sfera vitale personale- avverto il dovere di accennare ad una pubblicazione, alla quale mi sento particolarmente legato per i rapporti che implica con tre care persone, di cui due ormai lontane.

L’Autrice anzitutto, Irene Sandei (laureata in “Civiltà antiche e archeologia” nell’anno acc. 2007/2008, docente in materie letterarie, intellettuale impegnata ed anche presidente della Sezione ANPI di Monchio-Palanzano). Questa giovane, si applicò allo studio del vino -ma con una accezione del tutto originale come quella della sua relazione con la donna- quando era laureanda all’Università di Parma, dedicando al tema la sua tesi di Laurea. Essa venne poi apprezzata nel premio di Laurea intitolato a Daniela Mazza (istituito nel 1997): una donna leader, presidente di una grande cooperativa di lavoro parmense (a larga base femminile); mia carissima amica e collega, precocemente e tragicamente venuta meno (nel 1993) quando ero dirigente di Legacoop. Il testo dello studio venne poi pubblicato dalla casa editrice Diabasis (nella Collana “Società Donne & Storia” diretta dal prof. Roberto Greci: vol. V – 2010, pp. 1-66), fondata dal mio carissimo amico di gioventù (fin dal fatidico ’68) Alessandro Scansani, anch’egli precocemente deceduto. Le vicende vollero infine che io stesso facessi parte di quella Giuria che assegnò il primo premio ad Irene Sandei per questa ricerca.

È quindi venuto il momento di dare finalmente spazio a detto studio, dal titolo: «Vita vinum est»: il controverso rapporto donna-vino a Roma tra I secolo a.C. e I secolo d.C. . Qui la Autrice -dopo una ampia e dotta introduzione- spiega come è stato concepito lo studio:

“Per capire la funzione del vino nella società italica sono stati analizzati gli ambiti della sua produzione, distribuzione, diffusione e del suo impegno: la cena, la medicina, la sfera religiosa e si è cercato di fare luce sulle motivazioni, al polo opposto, della sua interdizione. Per chiarezza metodologica questi ambiti sono stati presi in esame separatamente: inizialmente dal punto di vista maschile, privilegiato dalle fonti, in primis letterarie, quindi da quello femminile. L’ambito di indagine, in ragione della maggior disponibilità delle fonti, si focalizza sul periodo compreso tra la fine della repubblica e l’inizio dell’età imperiale” (pag. 2).

La trattazione della materia si rivela molto stimolante nelle seguenti parti: “Il vino nella società romana (maschile)” e “Vinum e donne: il tabù e la trasgressione”. In questa seconda parte, in particolare meritano attenzione i paragrafi: La donna “abitata”: genesi e sviluppo di un tabù; Nella medicina: vino venenum, filtri abortivi; Nelle cerimonie religiose – le eccezioni: a) il terreno consentito: Bona Dea come i Saturnalia; b) il terreno proibito: i Baccanali.

In sede di conclusioni si tira la somma (a pag. 51): “l’accesso della donna si colloca dunque all’interno di un contesto non solo alla rovescia rispetto al sistema sociale-valoriale vigente ma, anziché funzionale a una conferma dello stesso mediante un’evasione momentanea e controllata della ritualità, eversivo e minaccioso”. Cita in tal senso:

  • La contiguità tra ubriachezza e adulterio
  • La promiscuità dei riti orgiastici in opposizione alle regole
  • Il rapporto con l’altra colpa: l’aborto
  • La negazione delle capacità divinatorie femminili
  • La negazione dei ‘piaceri forti’ alle donne.

A pag. 52, poi, ecco la precisa denuncia del modello patriarcale vigente nell’antica Roma, con gli obiettivi della res pubblica romana, maschile, della sottomissione della donna. Condividiamo appieno la requisitoria condotta dalla Autrice: che rivela ovviamente l’impronta femminista, ma che non concede nulla ad elementi ideologici, riconducendo sempre il filo degli argomenti trattati alle fonti documentarie.

Resta di quel tempo il detto popolare, ancora in uso nella società rurale: “vino fa buon sangue”; che possiamo adottare anche oggi, ovviamente seguendo però l’altro detto latino: “est modus in rebus”!

Luciano Mazzoni Benoni